JuJu, suoni ‘psych’ dalla Sicilia alla ribalta internazionale

I siciliani Juju sono uno dei nomi più interessanti della scena psych internazionale. Il loro nuovo album “Our mother was a plant” è appena uscito con la prestigiosa label Fuzz Club. Tra poco più di un mese saliranno sul palco del Liverpool Psych Fest. Abbiamo avuto il piacere di incontrare il fondatore Gioele Valenti e di fare qualche chiacchiera con lui.

 

Ciao Gioele, quando e come nasce il progetto JuJu?

JuJu nasce sulla scorta di più esperienze in ambito psych, maturate negli anni, in Italia e all’estero. Mentre portavo in giro per anni il mio primo progetto (Herself), prodotto dall’etichetta dei Verdena, e facevo di tanto in tanto parte di altre formazioni (Lay Llamas, Josefin Ohrn) tutte in ambito Rocket Recordings (UK), l’esordio di JuJu trovava casa presso una label statunitense (Sunrise Ocean Bender) nel 2016. Il disco viene considerato sin da subito come uno dei migliori dell’anno, e questo mi ha dato il giusto impulso per rimettermi a lavoro sul nuovo. Nel frattempo ho fatto per due volte il supporter per i Goat, band di culto nell’ambiente. Grande palestra e esperienza densa di emozioni. JuJu trae origine da una visione piuttosto nichilista dell’Europa così come la conosciamo, ed è un viaggio lisergico all’interno della cattiva (per così dire…) coscienza europeista, così come è da considerarsi un trip musicale che ha l’Africa come axis mundi, fondamentale universale e primo motore.

Come sei arrivato alla pubblicazione con Fuzz Club?

La Fuzz Club mi piace, è un’etichetta che ha una certa aura, una di quelle label che godono di naturale rispetto, e quando ho avuto il nuovo disco pronto, l’ho proposto a loro, poiché avevano amato l’esordio. Mi hanno subito proposto di firmare con loro. Hanno un bel roster, molto variegato e pieno di energia, ricco di quell’”inglesitudine” che sento molto vicino al mio modo di fare musica. Per me, Our Mother Was A Plant (così è titolato il nuovo JuJu), era già di per sé alla nascita un disco Fuzz Club!

Il Liverpool Psych Fest è ormai alle porte. Come stai vivendo questa vigilia? Che cosa ti aspetti da quest’esperienza?

Ho già suonato al Liverpool Psych Fest, e quella volta è stata una bella esperienza… il bello di quest’happening è che senti una certa elettricità nell’aria, con queste band storiche affiancate dalle nuove leve, e sembra ogni volta  quasi che si stia scrivendo un pezzo di storia del rock contemporaneo, una specie di trip collettivo condiviso. Quest’anno, in particolare, il festival ospita delle band tra le mie influenze storiche, The Telescopes, Loop, Black Angels e tante altre. Ho assemblato una band di 4 elementi, oltre al sottoscritto, la mia live crew (Marco Monterosso, Simone Sfameli, Vincenzo Schillaci, Rodan Di Maria) tutta di musicisti siciliani, e mi sento particolarmente orgoglioso del sound che ne viene fuori. Non è che mi aspetti più di tanto, è già bello farne parte di nuovo, e questo per me è già abbastanza. E’ chiaro, è una manifestazione importante e la visibilità è massima, dunque mi sento onorato di questo nuovo invito, perché significa che c’è una certa stima per JuJu, ma a costo di apparire naif, a me interessa solo che la mia musica arrivi a più orecchie possibili, al di là del clamore suscitato dall’evento. That’s all.

Come ti sembra la scena Psych in Europa? Sembra in un periodo di gran salute? E in Italia?

 C’è un gran fermento, e in un periodo di livellamento culturale, questo è già tanto. Che ci sia gente disposta a sacrificare altre carriere per mettersi a fare musica, è una bella prova di neoromanticismo stoico!… C’è fermento, sì, e buone band.  All’estero i Las Cobras (anche loro in Fuzz Club), tra quelle che ho sentito ultimamente, fanno buona musica, e i Julie’s Haircut (ormai inglesizzati anche loro!) sono molto bravi… Certo, dietro l’etichetta psych ormai si nasconde un certo manierismo omologante. Per il solo fatto che vi sia una tirata di chitarroni fuzz-space per 8 minuti, non significa che questo coincida col mio concetto di bellezza. Non considero infatti la mia musica strettamente psych, o almeno non più di quanto non la consideri pop, punk o shoegaze… L’Italia fa fuggire le persone, non necessariamente le menti, ma l’umanità è fortemente in declino qui, ed è un fatto. Ma è così dappertutto, quindi tutto diventa luogo comune con estrema facilità. L’unico luogo comune, ovvero realmente condiviso, qui e ora, è l’Inferno, mi sa.

Quali sono le caratteristiche più interessanti di quest’epoca a livello musicale, secondo te?

 Il postnucleare. Si trovano, a saper guardare, tutta una serie di caratteristiche implicite nella dinamica della pura sopravvivenza. La musica è autoreferenziale, non troppo distante da un selfie malfatto, secondo me. Io credo però che anche nei periodi estrema decadenza vi siano dei sussulti interessanti. Prendi il vinile. E’ tornato alla grande, in pieno delirio cibernetico, un medium antico è lì che strombazza al mondo la sua arcaica tecnologia fideistica. Siamo a mio avviso ad un passo dal cambiamento, e il cambiamento giunge per una crisi. Quando questa tremenda pagina che stiamo scrivendo a livello geopolitico sarà compiuta, un nuovo corso verrà. E’ la Storia, che è sempre sull’orlo del precipizio, e sempre nuovo ricominciamento.

Perchè Soundreef?

Perché Soundreef mi pare abbia una gestione più chiara e meno mediata nel rapporto con l’autore. Perché sono stato in SIAE un sacco di anni,  e non ce l’ho fatta più. Non sono mai riuscito ad interpretare correttamente i rendiconti.  Mi sono rotto le vene degli occhi a trascrivere i miei brani e trasformarli in qualcosa di molto simile a uno spartito, e non ne comprendevo il perché intrinseco. Ed era come andare a Roma, da Palermo, seguendo le strade provinciali,  a dorso di mulo. Quando accanto ti passa un’autostrada.

Grazie mille Gioele.
In bocca al lupo!

Ph: Marzia Falcone