Musica e format radiofonici: l’intervista a Jonathan Zenti

Jonathan Zenti è autore radiofonico, audio-documentarista e musicista. In quanto musicista si è recentemente iscritto ai nostri servizi. Abbiamo avuto occasione di incontrarlo e di parlare con lui di come funziona una produzione radiofonica e del ruolo della musica in questo tipo di attività.

Ciao Jonathan, che ruolo ha la musica nella produzione radiofonica? Cosa significa scrivere musica per la radio?

TI direi “un terzo”, nel senso che lo “specifico radiofonico” si compone di tre elementi, parola vocale, suoni e musica, e a seconda di come si combinano questi tre elementi si ottiene il proprio suono. È molto divertente lavorare con le musiche esistenti, ma non sempre è possibile o utile. Per il mio podcast in inglese ‘Meat’, ad esempio, che un prodotto artistico artigianale fatto in casa come i tortellini della nonna, volevo avere una colonna sonora originale, dei temi diversi per le diverse “emozioni” da accompagnare, e poter utilizzare porzioni di strumenti diverse per diverse parti. Poter giocare con la struttura e la composizione di un brano. Scrivere e registrare la propria musica ti consente di farlo.

Che tipo di produzioni fai per la radio?

Lavoro ad alcuni programmi che già esistono (in questi mesi ‘Ad Alta Voce‘ di Radio3) e quindi adatto il mio lavoro al format. Altre volte ho la possibilità invece di lavorare a produzione che nascono “da zero” e per le quali posso dare la mia impronta. Dal 2008 produco in particolare documentari radiofonici, utilizzando però molte tecniche della “fiction”, che è quella con la quale avevo iniziato in radio da ragazzino. In questi mesi a Radio3 stiamo lavorando ad un progetto “segreto”, che uscirà l’8 gennaio, del quale però si può dire che è un radiodramma puro, con il testo scritto da due scrittori, la colonna sonora fatta da veri musicisti e del quale io ho curato regia e sound design. La radio come dovrebbe essere fatta sempre, secondo me. Alla fine però il genere che mi piace e mi appassiona di più è quello del “feature”, che in Italia purtroppo si pratica poco, che è una sorta di “documentario fatto in studio”, anche su temi molto concettuali. Quest’anno per esempio ne ho fatto uno curato da Giulia Nucci per Radio3 che mi ha entusiasmato molto, sul valore delle Serie TV come prodotto culturale.

Esiste un mondo di autori indipendenti come te che curano tutto il processo creativo di un format radio?

Si, soprattutto all’estero, tant’è che tre anni fa è nato anche MIRP, il Meeting Internazionale degli autori Radiofonici Indipendenti. In Italia ci sono diversi autori che fanno, come me, di necessità virtù, ma ho visto molta competizione che all’estero non c’è, anche perché la pagnotta da spartirsi qui è davvero davvero misera. Anche se può essere esaltante lavorare da soli e avere il controllo assoluto con la propria opera, trovo però che sia il rapporto con gli altri a fare sempre la differenza: ascoltare i feedback degli amici e degli ascoltatori, ma soprattutto dotarsi di un editor, una persona esperta che ascolta la tua opera da fuori e ti dice onestamente cosa funziona e cosa no. Il lavoro fatto in 6 anni sui miei documentari con le curatrici di ‘Tre soldi’ Daria Corrias e Fabiana Carobolante, e quello con i singoli story editor che utilizzo per ‘Meat’, è quello che rende una mia buona idea un prodotto che le persone ascoltano volentieri.

Sei audio-documentarista e sei stato selezionato per partecipare per ben 2 volte al premio Prix Europa e una al Prix Italia. Che tipo di esperienze sono state? 

Ho partecipato due volte al Prix Europa come finalista con ‘A Questo Punto’ nel 2014 e con ‘I Ritornanti’ nel 2015, e l’anno scorso sono finito in shortlist al Prix Italia con il documentario ‘Alias’ scritto a 4 mani con il talentuoso scrittore Giovanni Morandini. Quest’ultima è stata un’enorme soddisfazione perché era da molti anni che la RAI non rientrava in shortlist con un documentario, ed è stato il riconoscimento di un lavoro di squadra per la crescita di questo genere che abbiamo fatto dentro ‘Tre Soldi’ di Radio3. Il primo Prix Europa è stato però il più importante perché presentavo un mio lavoro molto (fin troppo) ambizioso ed è stato il mio primo incontro con il mondo radiofonico al di fuori dei confini linguistici dell’Italia, ed ho conosciuto persone davvero meravigliose dal punto di vista autoriale e umano.

Sappiamo che sei entrato a far parte del network Radiotopia, di cui fanno parte i più famosi podcaster americani. Di cosa si tratta?

No, non ne sono entrato a far parte, per un pelo. Ho partecipato ad un concorso che si chiamava Podquest, chi arrivava primo entrava nel network e io sono arrivato secondo. Ma poco importa, per me è la vittoria assoluta e a distanza di un anno e mezzo oramai mi devo ancora riprendere dal shock. Al concorso sono arrivate 1537 proposte per un nuovo programma, sono stato selezionato prima tra i dieci semifinalisti, e poi tra i 4 finalisti. Ho avuto un grosso budget per realizzare tre episodi pilota e per sviluppare grafica e idee, sono andato due volte negli Stati Uniti, ho partecipato a seminari e corsi sugli aspetti finanziari di un progetto artistico e, più che altro, ho potuto vedere il mondo dei podcast “da dentro”. Sto ancora lavorando al mio progetto che si chiama ‘Meat’, che è un podcast sul corpo che abbiamo e su come questo condiziona la nostra vita e la nostra relazione con gli altri. L’episodio pilota è stato trasmesso da ‘The Heart’, un podcast di Radiotopia, ed è andato inaspettatamente benissimo. Quindi per me comunque la partecipazione a Podquest è stato un dono immenso e inaspettato. E il podcast che ha vinto, Ear Hustle, è una delle produzioni migliori del 2017, quindi meritava decisamente di essere lo show che entrava in Radiotopia.

Come mai hai scelto di affidarti a Soundreef per le tue royalty musicali?

Ho sempre messo la mia attività musicale un po’ in secondo piano. Suono da vent’anni, ma non ho mai pensato di costruirci attorno qualcosa. Ed essendo pessimo come musicista, ho sempre avuto un po’ di riguardo nei confronti della ‘vera Musica’, non volevo offenderla con le mie strimpellate. Ho fatto anche dei dischi con musicisti bravissimi, che poi ho tenuto nel cassetto dopo il primo riscontro brusco da parte di una piccola etichetta. Da quando faccio la radio poi, l’ho sempre vista come una fase che mi serviva per altro. L’anno scorso ho composto la title track per ‘Meat’, e anche la colonna sonora originale, e l’ho suonata insieme a Valentina Ziliani che l’ha anche cantata. È andata bene, la giuria di Podquest me l’ha chiesta per ascoltarsela, molti ascoltatori mi hanno chiesto dove si poteva ascoltare il “disco”. Quindi ho pensato che fosse il momento di dare a quel flusso disordinato una forma e di cominciare nel prossimo futuro ad diffondere nel mondo anche un po’ della musicaccia che di tanto in tanto tiro fuori. Sono un artista costretto ad essere una partita iva e quindi un’impresa, una vergogna unica in tutto il mondo. Conosco SIAE da molti anni e non ho mai condiviso niente delle loro scelte, né della fondazione, né delle oscure gestioni precedenti, né dell’attuale “rinnovo”. “Gli accordi forfettari” con le radio fatti in questi anni, in cui non c’era alcun rapporto tra musica messa in onda e redistribuzione dei compensi, ha contribuito a tagliare le gambe alla musica indipendente italiana. Mi sono affidato a Soundreef non tanto per le royalty, perché non ne genero molte per ora, ma per la tutela del prodotto artistico che produco, in modo che terze persone non possano usarlo in contesti che non condivido. La struttura organizzativa e tecnologica di Soundreef garantisce che questo possa avvenire. E, cosa non da meno, ho un’ottima considerazione di alcune persone che ci lavorano dentro o di alcuni colleghi che hanno fatto il cambio.

Grazie mille, Jonathan.
In bocca al lupo!