Surfer Joe: “Girare il mondo con la musica apre la mente”

Abbiamo avuto il è piacere di scambiare qualche parola con Lorenzo, in arte Surfer Joe, che ci ha raccontato un po’ la sua storia fatta di musica surf ed esperienze internazionali.

Ciao Lorenzo, come è nato l’amore per la musica surf? Ci racconti un po’ il tuo percorso?

Mi sono avvicinato alla musica di origine California circa nel 95/96, stranamente non a seguito di Pulp Fiction, quanto attraverso la componente vocale e cantata del pop/beach music di quei tempi, ovvero Beach Boys e Jan & Dean. Mi sono appassionato alle atmosfere e le sensazioni che quella musica mi dava nella sua componente piu’ spensierata e giovanile. I Beach Boys degli inizi, piu’ che quelli psichedelici di matrice Brian Wilson.

Da lì ho iniziato a leggere e cercare quello che potevo, visto anche che internet per noi in Italia e’ arrivato un pochino dopo e certamente ci ha messo un po’ per diffondersi. Cercavo dischi ed allo stesso tempo cercavo di capire le sonorita’, e da li a poco formai con mio fratello ed altri amici una band che si chiama Pipelines (era circa il ’97) dopo aver suonato in altre formazioni di minor conto che inserivano comunque qua e là un brano di beach music.

I Pipelines cantavano e non erano una surf band vera e propria, quanto una band che celebrava la musica californiana di quei tempi cercando di replicare per alcuni aspetti e reinterpretare molti dei successi. La chiamerei una “specie” di cover band :), ma rimane il fatto che i Pipelines ebbero un notevole successo locale e al tempo non c’era praticamente nessuno in Europa a suonare la musica dei Beach Boys.

Fu l’occasione di entrare in contatto con alcune surf bands italiane come Bradipos IV, Cosmonauti, Wet Tones, Crashmen, Ray Daytona, tutte formazioni che nacquero anche loro in quegli anni e ragazzi che sono tutt’ora buoni amici.

Non passo’ molto tempo comunque che iniziai ad appassionarmi soprattutto all’aspetto strumentale della musica californiana, quello che viene propriamente definita surf music, quindi ad informarmi su strumenti, sonorita’, effetti, modo di suonare ecc… e la cosa mi intrigava sempre di piu’.

Non sono propriamente un musicista di vecchia data, con i Pipelines cantavo non suonavo, e non sono uno di quelli che suonano lo strumento da quando erano bambini. Ho iniziato tardi. Ed ho iniziato alla batteria. Mi piaceva imparare gli aspetti del cosiddetto “surf beat” e capirne i meccanismi. I vari tempi utilizzati dalle varie surf bands classiche degli anni 60 ed i motivi per cui una mi piaceva piu’di un altra. Successivamente iniziai a suonare la chitarra ed ovviamente mi si apri’ un mondo nuovo, ma credo che con la passione si possano accorciare i tempi ed imparare piu’ velocemente.

Non mi giudico infatti un bravo musicista, non ho grossi studi alle spalle se non qualche anno di pianoforte quando ero bambino, ma certamente ora come ora se mi chiedi come si suona la musica surf te lo so dire bene 🙂 Credo che ogni musicista conosca e sappia suonare bene un solo genere in realta’ e mi fanno un po’ ridere quelli che si vantano di poter passare da un genere all’altro in virtu’ di qualita’ tecniche insuperabili. La tecnica si impara con il tempo e la continuita’ nello studio e nell’esercizio, ma l’amore per un genere e uno stile no… se uno non conosce quello che sta suonando e non lo comprende non andra’ molto lontano. Non contano il numero di note che si suonano ma come si suonano. In ogni caso la passione e anche l’invidia verso chi sa suonare bene questo genere che amo mi ha spinto a esercitarmi quanto e’ bastato per raggiungere degli obiettivi.

Hai suonato molto in giro per il mondo? Che impressioni ti sei portato a casa? Come vengono vissuti i concerti in altri paesi europei o negli Stati Uniti?

La percezione della musica puo’ variare da paese a paese, da cultura a cultura. In generale credo che se una band e’ valida e suona bene, questo lo si vede sempre e lo si apprezza, a prescindere dal genere musicale. In ogni caso e’ vero che l’interesse verso la musica puo’ essere diverso. 

Ci sono posti in cui la gente non vede l’ora che tu inizi a suonare ed è pronta a ballare dal primo minuto, guardando ogni cosa che fai con un incredibile attenzione e stupore, ragazzi che poi a fine concerto chiedono, si informano e vogliono assorbire in tutti i modi un po’ della tua musica. In altri posti il pubblico e’ freddo e disinteressato, non ha un approccio aperto verso la musica dal vivo. In altri posti ancora la gente ti guarda con un aria del tipo “si, ok, bravi ma ne so piu’ io…”.

In generale i posti migliori sono quelli dove trovi solo pubblico che non si fa tanti problemi ed e’ li solo per divertirsi. Alla fine io suono musica surf, e’ un genere nato dai ragazzini per i ragazzini e chi ne fa una questione di sola tecnica o intensita’ sbaglia. Qui si tratta di ascoltare, divertirsi, ballare se e’ il caso.

Girare il mondo non ti fa diventare piu’ bravo, non ti migliora la tecnica, non ti porta necessariamente popolarita’, ma ti arricchisce in un modo unico: ti apre la mente. E questo succede guardando quello che fanno gli altri e comparando la loro cultura con la tua, inconsciamente analizzando e confrontando tutto e tutti.

Quando sento dire: vado a suonare fuori solo se ne vale la pena, se mi pagano abbastanza, oppure “chi te lo ha fatto fare? Ti sei ammazzato e non ti sei messo in tasca niente”, onestamente mi viene da ridere. Suonare in giro e’ una droga, piu’ forte e migliore della cocaina. Se uno gira e suona solo per i soldi ed per questo si considera un musicista… credo che sia fuori strada.

Europa VS Stati Uniti?

Credo che negli USA si inventino i generi musicali, ma questi poi si sviluppano in Europa. Almeno credo che questo succedesse prima dell’avvento di internet.

Le distanze in America sono enormi, connettersi con altri amanti e fans era dura prima, ma in Europa… in 4 ore di macchina sei un una altra nazione. Facile mischiare, miscelare, arricchire, contaminare…

Questo ha fatto si che in alcuni ambienti la percezione della musica sia diversa. Mi piace andare in entrambi i posti per motivi diversi.

Ma il fascino della California resta, specialmente per la storia che la lega alla surf music ovviamente.

Che tipo di differenze hai notato rispetto all’Italia dal punto di vista organizzativo e di pubblico? Quale è il posto che ti ha impressionato di più?

Non direi che ci siano differenze organizzative tra Italia o fuori Italia. Ogni posto ha i propri metodi per la gestione degli eventi, propri pregi e difetti. Ma certamente spesso mi capita di vedere differenze di pubblico in termini di qualita’ e quantita’. In particolare talvolta vedo maggior interesse verso la musica che non si conosce, una questione di cultura. Ovviamente non sono dentro un circuito molto popolare o conosciuto, la surf music, per cui le mie valutazioni sono del tutto personali. Ma la trovo spesso una questione di rispetto verso i musicisti.

Sono molti i posti che mi hanno impressionato e difficilmente e’ stata una questione strutturale del locale o dell’evento (dimensione, forniture, impianto, palco), quanto piuttosto la reazione del pubblico e l’accoglienza verso questo genere musicale. Comunque un posto di riguardo e’ sempre occupato dai Surfin’ Sunday al molo di Huntington Beach, in California, e certamente il nostro Surfer Joe Summer Festival. Ma e’ difficile non menzionare Spagna, Germania, Olanda e Messico, posti in cui il pubblico e’ sempre tanto e caloroso verso la surf music.

Come ti sembra la scena musicale in Italia al momento? Quali ti sembrano i limiti e quali le caratteristiche positive di questo momento storico?

Per me e’ difficile esprimermi su questo per via della relativa oscurita’ del genere che suono e della sua conoscenza. Per alcuni generi il mercato e’ florido, per altri e’ un po’ statico, per altri ancora non c’e’ mai stato un vero e proprio mercato. 

Certamente in questo momento ci sono molte possibilita’ dettate dalle nuove tecnologie e dagli strumenti di comunicazione, siamo fortunati ad avere tutto questo, a meno che non ne veniamo “risucchiati” e si perdono di vista gli obiettivi della composizione musicale, dello stile e dell’esibizione dal vivo. C’e’ forse una eccessiva richiesta di “perfezione”, si e’ perso un po’ il gusto del live in quanto tale, con i suoi errori ed i suoi problemi. Non so se riesco a spiegarmi. Si pensa troppo ai monitor di palco, alla fonica, all’abbigliamento, e troppo poco alla mera composizione musicale o a cercare di capire cosa si suona ed in che modo. In certi posti all’estero c’e’ ancora un approccio alla musica live molto genuino, del tipo “arrivo, metto giu’ l’ampli e suono” senza troppi problemi di soundcheck o di richieste tecniche. E allo stesso tempo il pubblico reagisce altrettanto positivamente con la sola voglia di divertirsi, senza avere un orecchio troppo fino a voler analizzare ogni nota che suoni, ma piuttosto apprezzando l’energia e l’intenzione.

Un’esperienza importante per me e’ stata registrare Senor Surf in analogico. In studio mi fu fatta presente una nozione che condivido a pieno. Quando non devi concentrarti sullo schermo di un computer, l’attenzione e’ tutta al pezzo che suoni, alla composizione ed al cuore che ci metti. E’ stato per me un tornare indietro all’origine della musica che mi piace, senza focalizzarsi sulla perfezione quanto su quello che il brano mi trasmetteva.

Questo lo vedo come un limite di oggi: stiamo attenti che la troppa tecnologia non ci distragga dalla musica in se e per se.

Che consigli ti senti di dare ad una giovane band che ha appena iniziato a suonare e a scrivere i propri brani?

Non mi ritengo abbastanza “saggio”, esperto o bravo per poter dare consigli. Sono io il primo che sbaglio ogni giorno.

Posso solo dire che e’ necessario scrivere brani proprio e portarli in giro. Tutti abbiamo fatto cover, ma arriva un momento in cui se uno vuole continuare deve procedere diversamente, deve sapersi esprimere in qualche modo, fregandosene delle opinioni altrui e facendo qualcosa che piace in primis a se stessi.

E poi suonare, suonare, suonare. Un concerto vale come 10 prove in sala. Non focalizzarsi solo sui soldi magari impuntandosi di dire “ah, io a meno di un tot non esco neanche di casa… non ne vale la pena…”, perche’ questo vuol dire amare i soldi e non la musica che si suona. C’e’ un limite a tutto ovviamente, ma ricordiamoci che c’e’ qualcuno sempre qualcuno piu’ bravo di noi ed e’ meglio essere onesti. Se si lavora duro e con passione qualcuno che ci segue lo troveremo sempre, ma bisogna fare un passo alla volta ed essere modesti. A parte rari casi, per non generalizzare, il pubblico ha sempre ragione: la tua bravura ahime’ non sta negli anni spesi a suonare uno strumento, a quanto veloci fai le scale o nel numero dei concerti che hai fatto, ma quasi solo nel modo in cui ti sei proposto e presentato e di conseguenza in quanta gente ti viene a vedere, ovvero quanto sei popolare, fatte certamente le dovute considerazioni relative al genere che suoni e come questo viene percepito.

Ma rimanere modesti e lavorare duro e’ la chiave di tutto, e girare tanto – come ho detto all’inizio – non porta soldi, ma ti da esperienza personale e ti arricchisce.

Se invece parlassimo di diritto d’autore e ti chiedessi che ne pensi di Soundreef e del suo approccio analitico, veloce e trasparente alla gestione del diritto d’autore, che risponderesti?

Io mi sono avvicinato a Soundreef perche’ suono tanto, suono musica mia, ed ho voluto ottimizzare i miei sforzi e cercare di riscuotere qualcosa di piu’ concreto e preciso dai concerti (performance royalties). All’estero sono coperto da BMI e quindi conoscevo gia’ un sistema di gestione piuttosto avanzato del deposito e tutela dei miei brani e sono molto contento che Soundreef abbia iniziato questa strada cercando di ordinare una situazione italiana confusionaria.

Confusionaria principalmente perche’ vecchia, arretrata, obsoleta, e che soprattutto spaventa tutti, musicisti e gestori di locali o organizzatori di eventi.

Soundreef non fa miracoli a mio avviso, ma riporta l’attenzione sul fatto che la compilazione del programma musicale e la “dichiarazione” delle serate NON e’ un obbligo del locale in quanto tale, ne’ una pratica “noiosa” da svolgere post concerto, ma piuttoso un interesse che il musicista deve avere allo scopo di tutelarsi e anche guadagnare dai propri concerti. Fare il musicista non significa solo suonare lo strumento, ma anche occuparsi di alcune faccende, diciamo, burocratiche che servono appunto per tutelarsi ed agire piu’ professionalmente in ogni senso.

Inoltre i ragazzi di Soundreef sono attivissimi lavorando con i musicisti allo scopo comune di rendere le cose piu’ snelle e facili: i locali hanno diritti di lavorare bene (e’ gia’ abbastanza difficile al giorno d’oggi) ed i musicisti hanno il diritto di ricevere rispetto per il lavoro che svolgono. Il tutto in un clima di tranquillita’ e di stima reciproca.

Grazie mille Lorenzo e in bocca al lupo!