Storie di tutti i giorni – Sanremo a luci rotte

“Storie che non fanno rumore”, “Storie ferme sulle panchine” cantava Riccardo Fogli sulla musica di Maurizio Fabrizio aggiudicandosi il primo posto al 32° Festival di Sanremo. Se partendo dall’Ariston si segue il tappeto rosso dei VIP allontanandosi dal Teatro, una volta finito si continua su una dolce salita pedonale fatta di sassi e negozi, si arriva dove vivono le storie che non fanno rumore. Qui c’è La Pigna.

Il vero centro della città di Sanremo non è illuminato dai riflettori, oggi nemmeno dal sole. Piove questo pomeriggio, il cielo è cupo e soltanto raramente lascia trasparire sorrisi. “I sanremesi si chiudono in casa quando c’è il Festival, c’è troppa gente per le strade” ci dice Stefania nel suo negozio di sartoria, posta nel mezzo fra due chiese che si specchiano. Stefania cuce con la radio accesa. Mentre parliamo, il programma in onda sembra suggerirci le domande giuste. “Dell’edizione di quest’anno mi piacciono le poche canzoni allegre, quelle che escono un po’ dagli schemi di Sanremo”. Accanto a lei una signora che Stefania chiama nonna è emozionata come se fossimo della televisione e si lascia sfuggire solo poche parole “Domenico Modugno, Claudio Villa…”.

Fuori la pioggia si fa più insistente e gli ombrelli colorati danno un po’ di luce alle strade del centro storico.

“Vorrei incontrarti fra cent’anni”. Il Parroco del paese annuisce. Con un po’ di esitazione e incertezza, senza ricordarsi il titolo e parlandoci di occhi neri, ci aveva descritto una delle più belle canzoni della storia recente del Festival. “Il nome Sanremo deriva dal patrono San Romolo”. Sembra assurdo ma è così. Per un’inflessione dialettale San Romolo è diventata San Remo. “C’è stata una piccola diatriba ultimamente fra la Chiesa e il Comune per separare o lasciare unite le due parole”. A dare il responso finale probabilmente ci aveva pensato anni prima il Festival di Sanremo.

A pochi passi di distanza chiediamo “Mi scusi, lei è di qui?”. Il Signor Adriano ci risponde orgogliosamente “Si!”, e alla fine della sua storia con la stessa convinzione accetterà di essere fotografato.

“Abito in fondo a questa strada ma sono uscito solo per prendere queste robe”. Indica il suo trolley senza nascondere un po’ di fretta. “In questi giorni trovi solo gente di Milano, Novara, Bergamo… Giù dove cantano non c’è nessuno di Sanremo!”. Dimenticando la fretta iniziale ci racconta in pochi minuti la storia di una vita che, anche a detta sua, potrebbe riempire un libro. Nel farlo ripete un paio di volte la parola “Travagià”. La Francia è a 21 km da qui. “Non è più il Festival di una volta, quelli in bianco e nero… Domenico Modugno, Claudio Villa…”.

Due ragazzi giovanissimi ci dicono che suonano in un gruppo, fanno alternative rock in italiano: “Stiamo seguendo il Festival ma non ci sono canzoni che ci piacciono in realtà… L’ultima bella di Sanremo è davvero di tanto, tanto tempo fa”. Si riferiscono al 2002. Il nostro umore subisce un forte contraccolpo. Sarà per via della pioggia, forse a ben vedere è aumentata un pochino.

“Qui c’è ancora la città, qui c’è la gente dentro ai bar” cantava quell’anno Enrico Ruggeri con Primavera a Sarajevo. Fuori da un bar troviamo il Signor Doria. “Non sono nato qui, sono di Pavia”. Sembra un tipo di poche parole, un po’ brusco e schivo. “Non ho la televisione adesso. Devo comprarne una nuova ma ho deciso di aspettare che finisca Sanremo prima di comprarla”. Il Signor Doria piano piano prende confidenza ma continua a parlare con un filo di voce. Un passante che lo saluta chiamandolo scherzosamente ‘geometra’ sovrasta le sue parole. “Peppino Di Capri, Domenico Modugno e un artista fantastico, il mio vicino di casa sul Ticino, Drupi”.

“Mia Martini è una donna. È fortissima. Noi viviamo nella loro pancia, siamo dentro di loro e veniamo al mondo grazie a loro. Questo Mia Martini lo sapeva e lo cantava”.
Le parole del Signor Doria non possono essere scritte. Sono parole sussurrate, tanto sconnesse quanto chiare. Hanno le sembianze di quel tipo di parole forti solo se illuminate con luce soffusa.

I lampioni sono accesi ma la luce naturale si è abbassata notevolmente e mentre stiamo per salutarlo, abbandona completamente la timidezza: “Se c’è una canzone è Vecchio frack. Non so se è stata una canzone di Sanremo ma qui verso le due e mezza di notte ne puoi vedere di personaggi così… Tutti eleganti che scendono le scale del Casinò… E poi… Adieu adieu adieu…”.

Ormai è buio e la pioggia si è fatta insistente. Ricominciamo a camminare verso il tappeto rosso illuminato a giorno. Gli ombrelli colorati ora sono molti di più.