Lucci: «Mi rituffo nel rap. E lo faccio con Soundreef»

E’ pronto ad uscire con un nuovo album. E a puntare forte sul rap. Dai Broken Speakers ad oggi, Lucci ci racconta i suoi nuovi progetti e perché ha scelto Soundreef…

Ciao Raffaele, perchè hai scelto Soundreef?

Ciao, nella mia ormai decemnnale attività da rapper non ho mai tutelato le mie opere e mai curato i miei diritti d’autore. Non sono mai stato iscritto alla SIAE. Per motivi ideologici.
Mi dava fastidio l’idea. L’ho sempre trovata un ente che non faceva per me: una ‘roba’ di burocrazia che non mi interessava. Oltretutto poi ho sempre legato la mia attività ad un circuto underground, dove, detto tra di noi, di borderò da compilare durante le serate non è che me ne proponessero così tanti. L’iscrizione a SIAE non l’ho mai trovata una ‘roba’ adatta a me.
Invece poi, anche grazie ad Alfonso (ndr il producer Sine One), ho seguito un po’ tutta la faccenda di Soundreef e mi ha incuriosito molto il fatto dell’indipendenza e il fatto che fosse una cosa creata da ‘pischelli’ come me. Mi ha dato più fiducia sicuramente. Oltre al fatto che, per la prima volta da quest’anno, sto cercando di dare un taglio un po’ più serio alla mia attività musicale, dedicandomi solo ed esclusivamente a quello e lasciando gli altri miei lavori.
Mi sembrava giusto iniziare a tutelarmi ed ho deciso di farlo con Soundreef.

Significa che uscirà un nuovo album di Lucci?

Si, dovrebbe uscire a febbraio. Ci sto lavorando da un po’. Non è propriamente mio e basta. E’ il primo album con il mio produttore storico, Ford. Ed uscirà proprio come Lucci e Ford. Questo è il primo passo.
E’ un’esigenza quella di dedicarmi solo alla musica legata al fatto che credo che il rap abbia una data di scadenza. Non è un genere musicale che puoi fare fino alla vecchiaia per quanto mi riguarda. E quindi, avvicinandomi alla data di scadenza che mi ero dato io anni faquando ho iniziato ho detto “senti… voglio prima levarmi degli sfizi…”

Posso chiederti qual’è la data di scadenza che ti eri prefissato?

Trentacinque. E mi sono reso conto di aver fatto poca musica rispetto a quanto sto in fissa e a quanta ne potrei fare e ho detto “Ok, prima di smette’ devo fa almeno due, tre, quattro dischi se ci riesco.” Voglio fare più musica possibile. Quindi uscirà questo che è un disco a cui stiamo lavorando da un po’. E’ abbastanza breve ma pregno. Ci abbiamo messo un po’ a farlo perchè nel frattempo io e Ford abbiamo un ristorante insieme.
Lui è diventato papà. Io ho fatto un trasloco di mezzo. Sono state tutte cose che hanno allungato i tempi all’infinito però ci siamo.
E per la prima volta saremo seguiti da un’etichetta, che è Overdrive, che produrrà il disco, si occuperà della distribuzione. Insomma, rispetto all’ultimo disco che ho fatto che era totalmente indipendente e si è saputo che era uscito solo perchè io lo avevo scritto su Facebook, senza Ufficio Stampa, senza niente, suonando solo grazie alle date che mi entravano grazie ai promoter che mi contattavano direttamente e che comunque ha venduto bene e suonato tanto, ho detto “vabbè, proviamo a fare un passo un po’ più lungo”.

Adesso avrò un’agenzia di booking, un’etichetta.
Ho deciso di fare questa cosa… però in piccolo… cioè sempre affidandomi comunque a realtà giovani: una realtà come Soundreef, una realtà come Overdrive, per cui il nostro è il primo progetto come etichetta.

Uscirà su Vinile, cassetta, cd ed ovviamente digitale.

Dai Broken Speakers ad oggi come è cambiata la scena Hip Hop in Italia ai tuoi occhi?

Strano. Guarda… per me è cambiata tantissimo. E’ cambiato tutto. Però credo che questa mia percezione sia legata al fatto che un po’ me ne sono allontanato io. Prima andavo a tutte le serate. Frequentavo molto di più la scena e mi sembrava che ci fosse una ‘roba’ un po’ più viva.
Ora da 4 anni e mezzo, avendo un ristorante e lavorando tutte le sere, ho saltato tutte le serate che ci sono state a Roma e un po’ il polso della sitauzione l’ho perso.
Per quanto riguarda le uscite… eh… è cambiato proprio tutto. E’ la mia idea, eh?! Non so poi quanto sia giusta. Quello che percepisco io è che, rispetto a quel boom che c’è stato qualche anno fa sul rap, con Fabri Fibra, o anche grazie a Salmo, Gemitaiz, che facevano proprio rap, adesso la sensazione è che l’idea del rap ha già stufato. Quello che c’è adesso è molto melodico. Tutto. Adesso va la melodia.
Anche Sfera Ebbasta, che a me piace, va perché è molto melodico. Non è una questione solo di ritornelli. E’ che quel genere lì che fanno loro che è comunque rap è melodico anche nelle strofe.
Non so come dirti: sono intonate. Un pezzo di Sfera Ebbasta lo puoi canticchiare. Un pezzo rap no. Non lo puoi canticchiare. Al massimo, se c’è un ritornello con una linea melodica puoi cantare quello ma il rap no. E’ un po’ cambiato tutto ed è tutto molto veloce, quindi le persone si avvicinano rapidamente e si allontanano rapidamente dalle cose. E vanno in fissa con quello che c’è in quel momento.
Faccio un esempio: io sto fermo dal 2014, quando è uscito il mio ultimo disco. Adesso un 30% di quelli che ascoltano rap la musica hanno iniziato a sentirsela due anni fa. Quindi per forza di cose non sanno chi sono io. Devi sempre stare sul pezzo. E’ una cosa super-rapida. Forse prima c’era anche un po’ di ricerca. Prima molti si ascoltavano i Broken Speakers perchè magari si ascoltavano il Colle der Fomento e poi andavano a cercare anche altro. O viceversa. C’era un po’ di ricerca.

Adesso mi sembra che i ragazzi si fermino un po’ ai Social e seguano un po’ quel criterio dei due bar in una piazza. Se in una piazza ci sono due bar e uno è pieno ed uno è vuoto, quasi sicuramente la gente andrà in quello pieno. Mi sembra che si segua un po’ quella cosa.

Però non me ne cruccio più di tanto perchè comunque, secondo me, alla fine, la gente che si sente il rap in Italia è sempre stata quella. E chi si sente il rap, mi ascolta. Il boom che c’è stato è un boom, secondo me, un po’ effimero. Alla fine il rap resta sempre un genere di nicchia. E io alla nicchia mi rivolgo. Quindi a me va benissimo.

Grazie mille Raffaele e in bocca al lupo!

foto live: Simone Fagnani