Da Black Jezus: «Il live è l’habitat naturale di chi fa musica»

Da Black Jezus è un duo davvero promettente proveniente da Enna. Siamo rimasti molto colpiti dal loro EP di esordio. Abbiamo avuto occasione di scambiare qualche parola con loro e intervistarli sul nostro blog.

Ciao Luca, come e quando nasce il progetto da Black Jezus?

Ciao, la band è formata da me (Luca Impellizzeri, n.d.r.) e Ivano Amata. Era il dicembre del 2012, avevo scritto dei pezzi che abbiamo cominciato a suonare insieme, e man mano che prendevano forma cresceva anche l’esigenza di condividerli sul palco.

Che tipo di approccio compositivo avete? Da cosa partite?

Alle volte partiamo da un semplice accostamento di suoni che ci convince, altre volte da un testo già scritto. Ma passiamo sempre da un lavoro di sottrazione, che è un po’ la nostra cifra stilistica: poche cose ma ciascuna con un importante peso specifico emotivo. 

Che cosa deve aspettarsi dal vivo chi ha sentito l’album?

Tutt’altro. Crediamo che il liveset debba avere vita propria e che debba essere un’estensione del disco, non una scialba copia carbone.

Che idea vi siete fatti della scena italiana oggi? Due cose belle e due cose che vi piacciono meno.

Domanda ostica, quindi facciamo una e una. In realtà non troviamo molto stimolante puntare lo sguardo sulla scena italiana semplicemente perché non crediamo nelle categorie prestabilite e nelle scene, e cerchiamo di rendere esplicita questa nostra idea al riguardo anche in fase di composizione, sperimentando sulle varie forme musicali (spesso di matrice afroamericana). Una cosa che ci piace dell’Italia musicale di oggi è sicuramente la volontà di alcuni di guardare, musicalmente parlando, oltre l’Italia. Mi vengono in mente Lorenzo Senni, Indian Wells o Clap! Clap!, che tengono il passo e fanno tendenza anche, se non soprattutto, all’estero.

Sicilia, culla di tanta ottima musica. Come mai secondo voi? Pro e contro di una regione che ha sempre avuto una forte connessione con la musica.

Pro: l’isolamento, che genera ingegno e anche indipendenza dai modelli culturali (e musicali) già esistenti.
Contro: l’isolamento, che genera altresì maggiori difficoltà logistiche per chi fa musica partendo da “quaggiù”. 

Progetti futuri di ‘Da Black Jezus’.

Per adesso portare in giro “They can’t cage the light”.
Il live è l’habitat naturale di chi fa musica, oggi come secoli fa. Tutto il resto verrà da sé.

Perché Soundreef?

Semplice, trasparente e attento alle realtà emergenti.

Grazie mille, Luca.
E in bocca al lupo.