Calista Records: “La nostra ricetta? Imprevedibilità e ricerca sonora”

La torinese Calista Records è stata la prima etichetta in Italia ad affidare l’intero roster a Soundreef per la gestione e ripartizione delle royalty. Abbiamo incontrato Ermanno Becchis, uno dei fondatori della label, che ci ha raccontato i primi passi compiuti e l’impatto con l‘industria discografica.

Ciao Ermanno, come e quando nasce Calista Records?

Calista Records nasce il 15 gennaio 2015 da una necessità fortemente legata alla passione per la musica. Iniziano l’avventura Ermanno Becchis e Matteo Bellitto. Qualche mese dopo si unirà l’amico Gabriele Di Falco.

Che tipo di artisti fanno parte della vostra etichetta? Come avviene lo scouting e quali saranno le prossime uscite?

I progetti che compongono il roster di Calista sono sette al momento ed hanno tutti estrazioni diverse, in linea con i nostri gusti musicali non omogenei. Purtroppo o per fortuna non ci siamo voluti concentrare su di un genere preciso, ed ecco perché puoi trovare un ensemble come TWEEEDO, versatile, a cavallo tra elettronica, dark-jazz e IDM, di fianco ai Gregor Kay, quartetto che propone una nuova forma di jazz-rock, definita lounge-core. Siamo anche molto orgogliosi di avere i Ronny Taylor, math-rock preciso e imprevedibile nelle sue progressioni jazz e funk. Paladini della ricerca e delle sfumature del suono sono i MOVION (post-rock) e Broken Memories (elettronica, glitch).

Ciononostante riusciamo anche ad apprezzare espressioni più classiche, ma che non si tirano indietro quando è il momento di sperimentare. Mi riferisco al folk-pop di oslo e il baroque-pop dei dresda bàruch.

La novità, l’imprevedibilità e la ricerca sonora sono alcuni degli elementi che ci spingono ad accogliere un progetto all’interno del roster di Calista.

Per le prossime uscite occhio ai primi due sopra menzionati. Ci sarà anche una “sorpresa” da New York…

Che scena e che tipo di pubblico c’è oggi in Italia? Con che situazione vi trovate ad interfacciarvi come etichetta? A livello di sistema quali sono secondo te gli aspetti positivi e quelli da migliorare?

A mio modo di vedere, il pubblico oggi è parcellizzato, in Italia e nel mondo, eccezion fatta per il pubblico (unito all’esterno e spesso diviso all’interno) che i giganti della musica internazionale riescono ad attirare. Per il resto è come essere ad un buffet con diversi piatti davanti: provi un po’ di tutto ma non ti concentri sempre su un piatto solo. Quando lo ri-assaggi è una piccola vittoria, ma l’offerta in realtà è grandissima, così come gli stimoli che si ricevono quotidianamente. Forse è anche per questo che Calista accoglie progetti musicali per la maggior parte diversi tra loro. E’ difficile fidelizzare, ma rimane la volontà forte di alzare l’asticella dell’offerta culturale e musicale. Se è vero che raggiungendo il “grande pubblico” oggi si ottiene un’aggregazione omogenea di persone che proviene da ambienti sociali eterogenei, allora cresce la ricerca di musica “solida” per questa società liquida. Come etichetta proviamo a capire anche questi contesti che apparentemente possono sembrare extra-musicali, ma che in realtà spiegano meglio il perché un disco ha avuto più o meno successo di un altro.

Per quanto riguarda la scena italiana, vedo una grande onda romana di cantautori e musicisti che sta avendo successo, chi per merito, chi perché è simpatico e simpatetico. Lasciata Roma c’è molto altro. Penso a Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra, Niagara, Verdena, IOSONOUNCANE, Le Sigarette, Clap! Clap!, Bienoise, Calibro 35

Trovo comunque un vuoto a livello nazionale che è stato colmato in passato solo da personaggi come Dalla, Battisti o De André: irripetibili, ma lo spazio lasciato si deve riempire aggiungendo qualcosa, come hanno fatto loro, e come stanno facendo in parte tutti i musicisti citati sopra – non basta allinearsi alle tendenze. L’importanza della sperimentazione e della costanza sono quelle cose che permettono a personaggi come Mulatu Astatke di creare nuovi generi come l’ethio-jazz. Quindi c’è da alzarsi e sperimentare, sempre!

A livello di sistema penso alla vicina Francia che riconosce la precarietà dei lavoratori dello spettacolo e stanzia delle compensazioni statali. Il lavoro del musicista spesso ha un carattere intermittente, e quindi economicamente instabile – lo sanno bene addirittura i musicisti delle orchestre nazionali.

Calista è stata la prima etichetta, ormai due anni fa, a scegliere Soundreef con tutto il roster. Come mai? Come si sta rivelando questa scelta a livello strategico?

Prima di creare Calista ci siamo confrontati spesso con le dinamiche legate alla organizzazione di eventi e alla gestione delle royalties (soprattutto in radio). A dirla tutta, la SIAE è sempre stato un ostacolo e non una fonte di tutela per noi e per le persone con cui abbiamo lavorato. Le band che seguivamo per interesse personale prima di metter su l’etichetta non hanno mai visto le loro royalties distribuite in modo equo. Fatta eccezione per i jazzisti, loro sembravano più tutelati degli altri… ma questa è una domanda che giro a voi. I costi dei borderò SIAE che abbiamo sostenuto in passato avrebbero dovuto tutelare analiticamente gli artisti che si sono esibiti: questa cosa non è avvenuta. Abbiamo seguito da vicino le varie “battaglie” contro le inefficienze di quello che oggi, nonostante la Direttiva Barnier, è ancora un monopolio. Quando Soundreef è nata ci siamo interessati sin da subito, e da qui abbiamo creato la prima etichetta italiana a tutelare l’intero roster con questa collecting society. Inutile dire che è tutta un’altra storia: chiedere anche ai musicisti per credere!

Grazie Ermanno!