OvO, impatto live e filosofia DIY in giro per ‘mezzo mondo’

Gli artisti che provengono dalla scena DIY come non li avete mai visti. ‘Soundzine’ è la rubrica, a cura di Ale Kola, dedicata agli artisti che hanno fatto di autoproduzioni ed autogestione uno stile di vita. E ora hanno deciso di collaborare con noi. Aneddoti, filosofie, vita vissuta, confronti tra culture ed epoche diverse. Oggi l’intervista agli OvO.

Cominciamo con quella che ormai è diventata la domanda di rito: OVO. Il perché e il per come di questo nome.

Bruno: E’ una nascita davvero banale. I nostri amici Cock ESP nel Dicembre 2000 ci chiedono di andare in tour con loro. Già che ci siamo, pensiamo di suonare e di dare un nome al gruppo.
Stefania ha un telefono in mano, sopra c’è scritto NUOVO e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, dice “OVO”! E’ breve, palindromo, si presta alla grafica… Insomma, andata per OvO.
Ste: Chi l’avrebbe detto 18 anni fa (pre era internet) che un nome nato da un “gioco di parole” e che non ha un vero significato sarebbe stato poi utilizzato da tanti altri. Con internet scopri che OvO è anche un festival in Canada, legato alla marca di abbigliamento di un famoso rapper, un festival di editoria indipendente o DIY stuff in Italia, il nome di uno spettacolo del Cirque Du Soleil, il titolo di un disco di Peter Gabriel.

Possiamo tranquillamente affermare che ormai siete dei veterani della scena underground, avendo iniziato quando ancora non c’erano i Social per promuovere gli eventi. Cosa è cambiato da allora? E la rete con tutte le sue ramificazioni ha portato novità importanti anche per chi si muove in circuiti OFF?

Credo che effettivamente dopo 18 anni per una band si possa parlare di veterani, soprattutto perché siamo stati spesi in giro sui palchi di mezzo mondo più che in sala prove. Abbiamo organizzato i primi tour via lettera fisica, col francobollo e tutto. Era diverso, ma è anche vero che, se arrivavi a scrivere una lettera a qualcuno, eri abbastanza sicuro che fosse la persona giusta. Ora devi scrivere a 20 persone per fare un concerto. Sicuramente la rete ha portato comodità e praticità, anche se però ha “depoliticizzato” tutto.

Avete girato il mondo, ovunque, in Asia, in Russia, varie volte negli States, per non parlare dell’Europa. Immagino quante esperienze e ricordi portate con voi al giorno d’oggi.
Volete raccontarci qualche aneddoto degno di nota capitato quando eravate “on the road”?

Bruno: Ce ne sarebbero migliaia ed ovviamente i più divertenti sono quelli legati a disavventure.
A nessuno interessa sapere che c’era un sacco di gente a vederci quella volta a Berlino, ma se gli dici che durante il live ho dovuto menare uno skinhead che mi aveva tolto il jack dal basso perché gli faceva schifo la nostra musica, ecco che miracolosamente l’attenzione ritorna.
Ste: in questo momento le date fatte in Asia ci sono proprio entrate nel cuore, forse perché si è riassaporata l’aria dell’avventura. Un feeling che dopo anni di tour Europei un po’ ci mancava.

Proprio per questi innumerevoli tour e date infinite, siete considerati un duo che dà il meglio nella dimensione live, e posso confermarlo anch’io.
Ma al tempo stesso avete sempre tenuto in alta considerazione la produzione in studio, facendo uscire tantissimo materiale, da sempre. Riuscite a conciliare bene entrambe. Ma voi, sinceramente, cosa preferite? Perché per il tipo di musica che fate anche la ricerca in studio e lontana dallo stage può essere molto stimolante, giusto?

Ci abbiamo messo anni a dare il giusto valore al lavoro in studio. Siamo nati come live band, e nessun disco restituirà mai l’energia dei nostri primi 10 anni di live. Solo negli ultimi 7-8 anni abbiamo cominciato ad apprezzare il lavoro in studio come OvO, smettendo di cercare di trovare sul disco l’impatto del live, ma pensando prima al disco, e poi a come adattarlo al concerto. I nostri dischi sono decisamente migliorati da allora. Però non rinneghiamo i primi album, sono comunque la fotografia di quello che eravamo.

Avete creato una rete non indifferente di legami, contatti, amicizie e quant’altro. Siete entrambi attivi con tanti diversi progetti, vedi le varie band di Bruno (Ronin, Bachi da Pietra, Jack Cannon, etc…) e il tuo progetto solista “?Alos”.
Tu Stefania hai anche curato la direzione musicale dell’ultima edizione del Sant’arcangelo Festival, con tematiche queer e LGBT, subendo anche vari attacchi giornalistici da testate di destra e conservatrici.
Sembra che siete riusciti ad andare in fondo in quello che credete e che vogliate fare.
Volete dare una vostra lettura a questo, magari incoraggiando chi è agli inizi, magari fa noise o generi affini non di facile fruibilità e si vede le varie porte chiuse e perde fiducia in se stesso?

Bruno: per quanto mi riguarda la molteplicità di progetti è prima di tutto un’esigenza artistica. Non riesco a pensare di fare una cosa sola, ascolto di tutto, dalla musica barocca al breakcore, ed è una naturale conseguenza esprimermi in modi molteplici. Diversificare è anche un modo, per chi come noi si muove in territori non commerciali, di riuscire a continuare a vivere di musica. Non è impossibile, ma è difficile, bisogna esserci tagliati. Quando stai dormendo in uno squat del Nord Europa senza finestre a Febbraio, bisogna veramente essere convinti per volerlo rifare..
Ste:  Siamo due persone con varie anime ed abbiamo bisogno di esprimere tutti i nostri aspetti. Amo la musica come il teatro o andare ai party. Negli anni tutto ciò ha portato ad avere una conoscenza interdisciplinare e non omologata.
In questo periodo, bisogna ammetterlo, sembra che l’originalità e l’unicità siano veramente discriminate nella musica, ma  il tempo e la tenacia ripagano, bisogna solo stringere i denti e lottare.

Ed arriviamo così all’ultima, fatidica domanda. Il vostro rapporto con Soundreef: come vi trovate? E perché anche gli OVO,  da sempre ai margini rispetto a tutto ciò che è ufficiale, hanno scelto noi…

Ste: Per ora ci stiamo trovando molto bene, mi avete convinta primo perché lottate contro la SIAE ed il suo monopolio. In più uno può scegliere se segnalare i live a Soundreef o no lasciando libero l’artista di non gravare se si tratta di un concerto in uno squat o in altro luogo non ufficiale. In più la percentuale va in base a parametri per cui un piccolo locale non è strozzato nel pagare i diritti sul musicista. Ma soprattutto noi musicisti riceviamo i soldi della serata tutelata da Soundreef e non finiscono nel calderone del nulla.
Bruno: Abbiamo anche trovato delle resistenze sorprendenti. Locali che hanno sputato sulla SIAE per anni ed oggi che hanno l’occasione di liberarsene si tirano indietro. Gli ispettori locali della SIAE hanno anche un atteggiamento di sistematica disinformazione, nonché velata minaccia, verso i locali che vorrebbero avvicinarsi ad altri metodi per fare avere ai gruppi il sacrosanto che gli spetta. Noi poi siamo un gruppo con poco potere contrattuale, non siamo né Fedez né gli Ufomammut, suoniamo in locali che spesso hanno accordi forfettari con la loro SIAE locale, e non sono disposti a metterli in discussione per noi. Insomma, la strada è ancora lunga.

Grazie ragazzi e in bocca al lupo!