4Weed Records, la net label che guarda al futuro della ‘bass music’

4Weed Music è una indipendent label emergente che si occupa di ‘bass music’. Per il proprio roster ha scelto Soundreef. Abbiamo avuto il piacere di incontrarli e fargli qualche domanda.

Ciao Marco, come e quando nasce 4Weed Records?

4Weed Records nasce nel 2008 come netlabel sull’onda di un movimento che in quegli anni cavalcava massicciamente la svolta digitale nella distribuzione musicale e l’affrontava in un’ottica etica e orizzontale. L’idea seminale era di arrivare a realizzare un disco con il 4 e la W (che rappresentano il nostro logo) stampati sul centrino di un vinile, cosa che effettivamente poi è successa nel 2014 con il nostro primo disco 12 pollici ‘It’s time to change / Circle step’. Nel 2011 abbiamo collaborato con Radio Blackout di Torino per una compilation uscita in CD chiamata ‘Dublackout’ che raccoglieva brani da alcuni tra i migliori producer italiani di dubstep e bass music tra cui Dub Terror. Dal 2014, con l’inizio delle produzioni in vinile, è effettivamente partita una nuova era dell’esperienza 4Weed Records con uscite regolari su diversi supporti e formati, abbiamo prodotto artisti internazionali e lanciato artisti emergenti, soprattutto italiani, ma anche da paesi lontani come il Giappone, cercando di bilanciare l’offerta tra questi due parametri. Nel corso degli anni sono stati fondamentali per la nostra crescita e sviluppo Recruits, Rootikal Dub Foundation, Bassliner, ELND, Mystical Powa, Raffaele Gargiulo, Mirella Gazzillo, Alex Caroppi (I’ll Do Me) e molti altri che ringrazio ancora per il supporto.

Che tipo di sound avete cercato e che produzioni avete affrontato? Come avete scelto gli artisti?

La scelta del sound che proponiamo è in continua evoluzione. Il nostro interesse è rivolto principalmente alla bass music e alle sue declinazioni ed evoluzioni. La categorizzazione dei generi sono senza dubbio un equivoco ed un freno soprattutto in Italia, ma per semplificare abbiamo lavorato maggiormente su: dub, sound system music, techno dub, deep dubstep, digital reggae, trip-hop e downtempo. La scelta degli artisti avviene per lo più dalle connessioni che si creano dal vivo, dalle esperienze condivise e da rapporti umani consolidati negli anni, cosa a cui ancora teniamo tanto, cercare di lavorare come collettivo. Non di rado ci sono scambi di vedute e lavori a più mani e più teste. Un’altro metodo è la scelta degli artisti tramite i demo che ci arrivano in continuazione, ma anche li si cerca di costruire un percorso comune e stabilire un rapporto umano.

Progetti per il futuro.

Quest’anno celebriamo il decennale con la release numero 10 in vinile con Matic Horns, Vibronics, Dread Lion e Mr Biska ed una compilation con brani dei nostri artisti ed amici con cui nel corso degli anni abbiamo collaborato e che uscirà ufficialmente a Settembre.

Siamo partiti con una serie di produzioni in limited edition 7″ chiamata 4Weed Dubplate, la prima uscita sarà di Hairl Dub (producer siciliano con base a Bologna) con il singolo ‘Natural Steppa’ estratto dal suo prossimo album, già disponibile sul nostro store. Siamo in procinto di partire con una serie sempre in vinile chiamata ‘Japan meets Italy’ in cui un producer giapponese incontra un producer italiano e tanti altri progetti in cantiere, con uno sguardo sempre verso il futuro per gli stili e al passato per i supporti. Probabilmente presto uscirà la prima raccolta stampata su cassetta.

Cosa pensate oggi della scena Dub in Italia e non solo?

Bella domanda! Definire esattamente una scena Dub, anche a livello internazionale, ormai è impossibile. In questi ultimi dieci anni, le sfumature del genere sono state affrontate in maniera approfondita e diversificata in base alla nazione in cui venivano intraprese.

Originariamente per Dub si intendeva la dubbing instrumental sul flip side di un disco reggae in Giamaica, sapientemente lavorato dalle mani di ingegneri del suono come King Tubby. Diciamo che l’Inghilterra, terra che ha raccolto la tradizione giamaicana e che ha settato le linee guida per il dub moderno, resta legata a certe sonorità classiche per quanto contemporanee, esaltando ancora tanto il ruolo del sound system come mezzo di diffusione (per fortuna), anche se aprendo gli orizzonti verso la scena soprattuto di Bristol, il dub influenza tanto produzioni deep dubstep, techno dub e moderno trip-hop. In Francia il movimento è vivo e pulsante, diversificato anche nella proposta di intrattenimento, i numeri di presenze alle session o live dub sono molto alti e probabilmente è il paese in cui questo genere ha fatto uno scatto importante per imporsi come gusto musicale anche tra i più giovani. Sicuramente vive anche di influenze più elettroniche per alcuni progetti e senza dubbio il supporto governativo per i musicisti francesi permette loro di avere più tempo da dedicare alle produzioni e alla promozione delle stesse. In Francia c’è anche il più alto numero di media che trattano di dub cosi come di reggae music, magazine, radio e tv specializzate che aiutano il tutto a crescere in maniera professionale. In Italia la scena è in fermento, molti artisti del genere girano regolarmente l’europa e il numero delle produzioni di qualità è aumentato notevolmente.

I sound system occupano un ruolo fondamentale per l’organizzazione di eventi e promozione della musica, soprattutto dubplates, ma purtroppo fanno a pugni con la cronica mancanza di spazi nel nostro paese.

Sicuramente resta una scena che ha tantissimi aspetti che possono essere sviluppati meglio e più professionalmente, tempo al tempo. La Spagna ha sicuramente beneficiato dello spostamento del Rototom Sunsplash in terra iberica ed ha iniziato a spingere con forza. Il Dub è in netta espansione e crescita in Sud America, Messico e Perù principalmente, in Giappone, in India e negli angoli più remoti, è un linguaggio universale che si propaga con estrema facilità.

Che percezione avete oggi della situazione musicale in Italia? Quali sono i fenomeni più interessanti?

Se intendi la situazione generale, vedo che abbiamo grossissimi problemi che cronicamente ci portiamo dietro da anni.

Quella che poteva essere una vera e propria rivoluzione degli ultimi nella catena di produzione, distribuzione e promozione della musica, in Italia non è stato altro che un fenomeno passato quasi inosservato e le poche cose che sono riuscite a sfondare la cosiddetta porta del mainstream, sono state immediatamente conformate e omologate per l’orecchio pigro dell’italiano medio.

Noto che c’è poca propensione alla ricerca musicale, cosi come poca elasticità e velocità ad adattarsi e fare propri i nuovi strumenti che quotidianamente nascono. Non è un caso che, a parte rari casi, non ci resta che copiare male e con anni di ritardo i fenomeni di altre nazioni. Probabilmente la scena indie rock italiana è quella che ha saputo imporre dei codici e proporre canali nuovi ed infatti è quella che sta raccogliendo i risultati migliori. Per quanto non siano vicini al mio gusto musicale, c’è da dire che l’indie e l’it-pop hanno creato un movimento che fa numeri. Personalmente i fenomeni più interessanti sono quelli che non sento in radio, che non vedo in tv e che piacevolmente ricerco e ascolto soprattutto su internet o scovandoli tra i vinili di un negozio di dischi. Quel microcosmo di etichette ed artisti indipendenti che ancora sanno e vogliono osare, che non hanno paura di incrociare stili ed esperienze.

Perché Soundreef?

Soundreef perché ne ho seguito le orme fin da subito, informandomi e partecipando a seminari in cui si affrontava l’argomento.

I punti di forza che mi hanno fatto scegliere Soundreef sono: la digitalizzazione dei servizi, dal monitoraggio alla compilazione della set list dei brani proposti dal vivo, la facilità di comunicazione, il continuo inserimento di servizi nuovi, come la recente rendicontazione dei brani per i video su Youtube, la possibilità di vedere dove il tuo brano è stato suonato in radio e poter così impostare campagne di marketing ed anche di booking, la ripartizione analitica dei proventi dai live, la possibilità di scegliere un collecting society che avesse come parole chiave trasparenza e facilità di utilizzo, praticamente l’inverso di quello a cui ci avevano abituati (male) da anni. Spero che Soundreef migliori sempre più nei servizi offerti, nelle proposte come Soundreef Waves, personalmente molto apprezzata, e che si muova nella direzione più consona alle esigenze di un musicista in Italia.