Charo Galura: «Scena a Londra? C’è spazio per chi vuole sperimentare»

Charo Galura è una cantautrice che spazia dal blues all’elettronica. La sua musica si sviluppa attraverso loop vocali che creano un sound onirico, seducente e al contempo enigmatico. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla di farci raccontare il suo percorso. 

Ciao Charo, innanzitutto di dove sei? Quali sono le tue origini?

Ciao! Sono nata a Fiesole, un posto meraviglioso sui colli fiorentini, da genitori filippini. Sono comunque una toscanaccia doc e il mio nome è spagnolo e significa “rosario”.

Quando e dove hai iniziato a fare musica? Che cosa rappresenta per te?

Per me fare musica è la possibilità di ricreare il proprio mondo e le proprie visioni attraverso i suoni. È sempre stato il modo per esprimere me stessa.
Alle elementari scrivevo canzoncine e facevo correggere le lyrics alla mia maestra di inglese.

Il tuo EP “Life Through Apocalypse” è uscito da qualche mese. Che tipo di produzione è stata? Come è nato?

L’ EP è stato prodotto con Emanuele Braca del Folsom Prison Studio di Prato. La produzione è stata possibile grazie ai finanziamenti ricevuti dopo aver vinto il bando Toscana 100 Band. All’interno dell’EP ci sono alcuni brani che avevo nel mio archivio da un po’ di tempo. Sono pezzi prevalentemente vocali, a cui ho voluto aggiungere qualche strumento, come la chitarra e l’armonica a bocca, per rendere meglio le atmosfere che volevo creare.

Songwriting. Quali sono per te i momenti più importanti nel processo di scrittura dei brani?

Sarò banale, ma per poter scrivere c’è bisogno di ispirazione, quella vera e autentica, per intenderci quando senti assolutamente il bisogno di dire qualcosa, in maniera quasi “carnale” mi verrebbe da dire, un’ispirazione che sfocia poi in un’idea. C’è chi si rinchiude in studio perché vuole assolutamente pubblicare qualcosa di nuovo ed essere così sempre presente e sotto i riflettori. Non fa per me, mi sentirei una “macchina”.

Oltre a questo, trovo importante l’interazione con gli altri musicisti della band: d’altronde la musica che produci non è altro che la contaminazione delle menti che vi partecipano.

Che progetti hai per il prossimo futuro?

Vorrei far conoscere la mia musica in UK innanzitutto e spero presto di poter pubblicare nuovo materiale. Adesso sono in work in progress, sto lavorando a qualcosa di un po’ diverso. Mi sono appena trasferita a Londra e questa città mi sta dando tantissimi spunti, oltre a farmi riscoprire sfumature musicali di me stessa che magari avevo ignorato prima.

Come ti sembra oggi la scena in Italia? Cosa c’è di diverso a Londra?

Parlando della scena musicale indipendente, vedo che ci sono progressi, ma per chi canta in inglese le possibilità sono ancora limitate, perché in realtà è il cantautorato italiano che va per la maggiore.

Londra è una metropoli, dove ci sono tantissimi musicisti da tutta Europa e da tutto il mondo. C’è quindi più spazio per chi vuole sperimentare, per le contaminazioni musicali. Un esempio famoso è Amy Winehouse, un autentico mix di jazz, r’n’b, soul e reggae.

Che cosa servirebbe secondo te oggi per dare un spinta, un aiuto alla scena in Italia?

Ci sono strumenti che danno un grande aiuto agli artisti emergenti: finanziamenti come Toscana 100 Band appunto, contest musicali che danno visibilità come il Rock Contest di Controradio, Italia Music Export che finanzia i musicisti per i loro tour all’estero. Ma vedo il vero problema nel pubblico italiano: durante i live noto che lo spettatore medio è restio alle novità, soprattutto se canti in inglese. Lo vedo benissimo anche con gli italiani a Londra: purtroppo l’italiano è quello che vuole cantarti dietro ai concerti, come se fosse un grande karaoke e per farlo devono già conoscere quello che stanno vedendo e ascoltando. Gli inglesi invece sono quelli che si buttano a ballare quando sentono il beat giusto, e che vengono incuriositi anche se canti in un’altra lingua. E purtroppo se non hai pubblico, non puoi neanche suonare nei locali. Il problema quindi è prettamente culturale e credo non ci sia molto da fare.

Perché Soundreef?

Mi piace la semplicità e la trasparenza con cui opera Soundreef.
Inoltre sapevo che prima o poi mi sarei trasferita in UK ed ho trovato vantaggioso iscrivermi ad una società inglese.

Grazie mille Charo e in bocca al lupo!